L’irriverenza generatrice

Nanni Balestrini sfida La Tempesta 

Nel suggestivo spazio espositivo del Macro, in via Nizza a Roma, a partire dal 3 Febbraio fino al 26 Marzo 2017, si riunisce un variegato quanto interessante bouquet di artisti, diversi fra loro per cultura età e scelte stilistiche, ma che in un vorticoso pellegrinaggio alla Echer tipico della location, restituiscono all’osservatore uno spaccato dell’arte contemporanea italiana prospero ed in salute, permettendo di guardare al futuro con ottimismo e curiosità. Ma si sa, per poter sperare in un florido futuro è bene avere solide radici nel passato, e questo concetto sembra essere piuttosto chiaro all’artista Nanni Balestrini la cui carriera prese il volo nei collettivi artistici degli anni sessanta e che, ad oggi, reinterpreta la storia, dell’arte e non solo, attraverso le sue SCOMPOSIZIONI in esposizione al secondo piano del Macro. Sebbene Balestrini, uomo scevro da inutili sovrastrutture di vanità ed improntato ad una comunicazione chiara ed efficace ironizzando con candore dichiari «Il mio fine ultimo non è rifilare concetti, quanto piuttosto provocare emozioni», rimane impressa la descrizione che il suo curatore, il grande Bonito Oliva, ci riconsegna attraverso una registrazione della sua stessa voce, riprodotta in una delle sale dell’esposizione.  Citando il famoso critico «l’opera di B. è quindi anche un’opera stereofonica, sonora, che si confronta con il rumore del mondo ma non attraverso il silenzio ma attraverso invece la contaminazione, la scomposizione, una sorta di teppismo culturale iniziale per prendere l’opera e farla a brandelli creando una realtà di tutto a pezzi». E cosa è una scomposizione se non una nuova nascita che inevitabilmente porta con sé nuove letture e nuovi messaggi, seppur con una vena d’irriverenza? E di lì a poco difatti Balestrini spiega che «la scomposizione crea variazione, rimodernazione e dimostra che l’arte non è intoccabile». Dalla critica, e quindi dalla conoscenza e dalla consapevolezza del passato, Balestrini interpreta il presente e dà forma al futuro, o quanto meno crea lo spazio perché questo possa manifestarsi.

A tal proposito Patrizio Peterlini, Direttore della Fondazione Bonotto a cui l’artista ha affidato la realizzazione delle tessiture che rimandano all’episodio della genesi  la cacciata dal Giardino dell’Eden (i cui personaggi si riconnettono alla tela del pittore seicentesco), ci ricorda che scomponendo i particolari del dipinto del Giorgione, e ricomponendoli in modo casuale con il commento di brani tratti dalla Tempesta di Shakespeare, si vuole inoltre evidenziare una delle inquietudini che attraversano l’attualità: la dissoluzione del mondo così come siamo soliti comprenderlo.

Alla domanda “Perché proprio La Tempesta?” l’artista risponde “Per il suo essere il più ispirato e misterioso dei quadri del Giorgione” in altre parole un simbolo, un’icona da dissacrare. Simbolo da cui nasce la sua orchestrazione artistica in evidente correlazione con riferimenti culturali degli anni sessanta/settanta, primo fra tutti Salvatore Settis con l’omonimo libro a cui l’artista confessa, senza segreto, di essersi ispirato.  Il poliedrico Nanni Balestrini, miscelando arte visiva e scrittura, poesia e colori, finisce anche per dare spunto ad un particolare esperimento teatrale che riprende il nome dall’intera esposizione, “La Tempesta perfetta” . Ideato in collaborazione con il regista Franco Brambilla, lo spettacolo estrapola citazioni e da imput verbali generatori di altra parola in cui a prevalere è l’aspetto economico, finanziario, che rimanda al Canto sull’usura di Erza Pound.

In sostanza un’esposizione che non annoia, variegata ma coerente, che mantiene fermi i punti di riferimento dell’artista ma che si spinge un passo più in là, per un’interpretazione della realtà insieme profonda ed irriverente.

Giada Urbani