A-ghost City [Nightwalks], l’Estate Romana nomade e notturna!

Esuli e viandanti nel deserto di Roma

Roma ad agosto è bella. Perché è silenziosa, senza traffico, senza persone. La città si svuota e resta popolata solo dai fantasmi della sua Storia e delle sue storie. È ispirandosi a questo scenario che ha avuto origine il progetto A-ghost City [Nightwalks], giunto quest’anno alla sua seconda edizione.
A-ghost City è la manifestazione creata da Stalker e No Working, parte della programmazione di Estate Romana, che vede artisti e partecipanti camminare attraverso la città deserta durante la notte, quando il buio ne modifica le forme e i connotati. La seconda edizione del 2018 si è svolta dal 1 al 15 agosto, quattro itinerari con partenza da alcune fermate della metropolitana di Roma delle linee A, B, B1 e la più recente linea C.
No Working è uno spazio nel quartiere San Lorenzo di Roma, dove convivono o si incontrano artisti, architetti, collettivi, curatori, critici, videomaker, fotografi, illustratori;  un luogo di condivisione di politiche e poetiche da cui far partire (o ripartire) un’immaginazione del futuro e una pratica di reinvenzione del presente.

Ad aver fondato il No Working nel 2016 fu Stalker, collettivo di artisti, architetti, urbanisti che da circa vent’anni utilizza la pratica del camminare attraverso gli spazi urbani per il recupero delle memorie e mitologie dei luoghi, rendendo possibile una loro riappropriazione da parte di chi li abita e li attraversa.
Come lo scorso anno, ogni camminata è stata preceduta dagli incontri della Scuola Serale di Urbanesimo Nomade, cene collettive allestite sulla strada, appena fuori la sede del No Working. Durante gli appuntamenti ospiti e partecipanti hanno condiviso la tavola, i temi, gli itinerari e le tappe delle camminate, costruendone insieme i percorsi.
Le quattro camminate dell’edizione 2018 hanno affrontato i temi dell’abitare informale a Roma e delle comunità in esilio che non trovano ospitalità nella città eterna e ne abitano i margini e gli interstizi. Durante le camminate la carovana di artisti, ospiti e partecipanti ha attraversato i luoghi delle occupazioni e delle abitazioni informali romane che sono un pezzo di storia della città troppo spesso dimenticato.
La più celebre di queste storie è forse quella dei cosiddetti baraccati dell’acquedotto Felice. La carovana notturna ha percorso via del Mandrione, una delle strade più lunghe di Roma, senza contare naturalmente le consolari. Proprio all’interno degli archi dell’acquedotto che costeggiano la strada dagli anni Trenta hanno abitato intere comunità di italiani e rom in baracche di fortuna. I cosiddetti baraccati furono sgomberati a metà degli anni Settanta, le baracche demolite e le famiglie in seguito furono sistemate a Ostia e in altre periferie romane.

Più recente è la vicenda dell’ex pastificio della Pantanella, dove hanno trovato casa migliaia di persone per un breve periodo tra il 1990 e il 1991. Oggi è un complesso di appartamenti e loft di lusso, studi e persino una sala bingo e ha perduto ogni memoria dei suoi primi abitanti.

Ancora viva è l’ex caserma di via del Porto Fluviale, che ha ospitato i camminatori all’alba sul tetto di quell’edificio da cui l’occupazione partì e dove gli abitanti si incontrarono con lo street artist Blu per rivestire l’intero complesso di visi colorati che raccontano i mille volti dello spazio abitato all’interno.

Nel quartiere di San Basilio i camminatori hanno ascoltato la storia dell’imponente mostro dell’ex fabbrica di Penicillina Leo, centro di eccellenza per la produzione di antibiotici e farmaci negli anni Cinquanta e Sessanta, poi lentamente caduta in declino e infine in fallimento, invisibile eppure mastodontica presenza su via Tiburtina. Oggi la fabbrica è una discarica dove il sistema produttivo ha abbandonato scarti di produzione, rifiuti chimici, prodotti farmacologici e il sistema di potere ha riversato centinaia di persone, sfrattate da altre occupazioni o vomitate da un sistema di accoglienza che non accoglie, senza alcuna pietà per chi non ha alcun tipo di privilegio.
Durante le camminate i nightwalkers hanno incontrato anche le comunità esuli, itineranti e informali della capitale. Nei pressi della Piramide Cestia, sotto una grande tenda nomade, alcuni ragazzi provenienti dall’Afghanistan hanno raccontato la loro storia e la loro Roma; a due passi da Testaccio la comunità curda ha accolto i camminatori notturni nella sua sede di Ararat, dove da quasi vent’anni approdano i viandanti provenienti dai territori sezionati e frammentati del Kurdistan; sul retro dimenticato della nuova e sfavillante Stazione Tiburtina la tenda nomade ha raggiunto il campo informale di Baobab e ha accolto i ragazzi che lo abitano offrendo la possibilità di ascoltare le loro amarezze e delusioni, ma soprattutto i loro desideri e sogni per il futuro. Qui è stata ricordata anche l’esperienza di Hotel Africa: attualmente un capannone sventrato e abbandonato, fino a qualche anno fa rifugio sicuro di quanti approdavano a Roma dopo un passato e un viaggio difficili dai paesi africani più martoriati dalla guerra, dal potere o dalla fame. Alcuni degli ex abitanti di Hotel Africa sono oggi gli sfrattati di via Scorticabove, uniche vittime di una vicenda che vede i reali colpevoli, implicati negli scandali di Mafia Capitale, tornare ogni sera alle proprie dimore mentre loro, rimasti senza un tetto, hanno allestito un campo provvisorio proprio davanti lo stabile che per tredici anni è stata la loro casa, sistemando alla meglio letti e fornelli sotto gazebo che alle prime giornate di autunno voleranno via col vento.
Durante l’ultima camminata, infine, la carovana in movimento ha vagato attraverso le strade poco ospitali del quartiere africano di Roma. Sotto la pioggia battente la toponomastica delle strade ha ispirato il ricordo e la rievocazione delle campagne coloniali italiane nei paesi africani, dalla Libia all’Etiopia. La pioggia ha rallentato il cammino, ha costituito insieme un ostacolo e un monito, per ricordare che quelle comunità, incontrate per le strada o sotto una tenda nomade, fra pochi mesi dovranno sopportare l’acqua e il freddo invernale. Un augurio perché quell’ascolto dei sogni non si interrompa con la stagione estiva, ma prosegua oltre la conclusione del progetto, per restituire a tutti la dignità umana del desiderio e del sogno, il riconoscimento dell’individualità di ciascuno e la ricerca di connessioni e incontri che promuovano l’empatia reciproca.

Maria Pia Bevilacqua