Attratti da un sogno folk

Il disco d’esordio di The Heart and the Void.

Quando suonano alla porta e davanti casa c’è il camioncino di un corriere solitamente si tratta di qualcosa che stavo aspettando e, ancora più di frequente, il pacco proviene da Amazon. Qualche volta invece mi viene consegnato qualcosa di inaspettato che non proviene da Amazon e che contiene dischi in uscita. C’è veramente di tutto, dall’elettronica al cantautorato, dallo sperimentale al rock più spinto, insomma, tutto quello che sta per uscire è lì, dentro ad una busta gialla. 

Una delle più belle scoperte è The Heart and the Void, il progetto solista indie-folk di Enrico Spanu. Gli elementi alla base di tutto sono il folk americano e le melodie pop per creare una musica con approccio minimale, dove voce e chitarra sono gli elementi essenziali delle composizioni, accompagnate da liriche che affrontano contrasti e contraddizioni dei sentimenti, come il nome stesso vuole suggerire: il cuore come simbolo delle emozioni, dell’amore, della speranza e il vuoto a rappresentare l’oscurità, la mancanza di punti di riferimento e radici.

The Loneliest of Wars, il disco d’esordio dell’artista cagliaritano in uscita il 19 gennaio è il frutto di una lunga e profonda collaborazione col produttore sardo Fabio Demontis, in cui il minimalismo della chitarra acustica si arricchisce di arrangiamenti di più ampio respiro, con l’utilizzo di archi, fiati e percussioni, a metà strada tra il gusto sporco e lo-fi di artisti come Bright Eyes o The Tallest Man On Earth, e una vena più classicamente acoustic pop alla Passenger.

Benché le tematiche delle canzoni raccontino diversi momenti della vita di Enrico e siano spesso legate alla sua terra, la Sardegna, in tutto l’album si respira un’atmosfera internazionale. The Loneliest of Wars spazia tra l’incedere ritmico countryfolk di chiara matrice americana (“Hard Times Coming” e “We Grew Together”), sonorità brit-pop (“Me And Ethan”), ma anche l’approccio estremamente minimale di sola voce e chitarra che ha caratterizzato la produzione precedente di TH&TV (“A Heart Like a Graveyard” e “Through The Streets Of This Town”). In altri pezzi lo scenario sonoro si articola con l’utilizzo di armonizzazioni vocali e stratificazioni di chitarre (“Dark Parade”, “Like a Candle”, “Her Hair Was Like Sand” – che vede la partecipazione alla voce di Federico Pazzona, in arte Beeside). In “An Island Might Not Be The End”, l’arrangiamento degli archi e la pre-produzione del brano sono state curate da Paolo Alberto Lodde, noto come Dusty Kid, producer (anche lui cagliaritano) di musica elettronica di caratura internazionale con cui Enrico ha lavorato già in passato suonando le chitarre del suo ultimo disco (Not So Green Fields) e in alcune esibizioni dal vivo. I due artisti pur arrivando da terreni musicali lontani non hanno faticato a trovare la sintonia che si può percepire dalle loro collaborazioni.

La voce di The Heart and the Void è capace, con la sua semplicità, di arrivare allo stomaco e poi riprendere il volo e ciò che lascia veramente senza fiato è come sia in grado di accendere le atmosfere che racconta nota dopo nota pizzicando le corde della chitarra.

Giulia Giordano

The heart and the void grandi-31