Dentro un foglio, un quadrato

L’Arte povera e la sua produzione grafica e fotografica in mostra a Jesi.

Le battaglie per i diritti civili, gli scioperi operai, le contestazioni giovanili e i tragici eventi della strategia della tensione degli anni di Piombo, sono alcuni degli episodi che segnano la storia di un’Italia complessa e in fermento, l’Italia degli anni Sessanta.

Dai cantieri della “città che sale”, dalle fabbriche e dalle catene di montaggio era emersa una nuova società consumistica, dove la cosiddetta “guerriglia asistematica” dell’Arte Povera avrebbe avviato, per la prima volta dopo il Futurismo, una rivoluzione artistica e culturale che gli altri paesi non avrebbero mai potuto ignorare.

L’Arte Povera è un movimento artistico che si pone con consapevolezza rispetto alla propria responsabilità storica; ha un atteggiamento di ribellione nei confronti di quel contemporaneo che si lascia vincere dall’illusione della società di massa.

È così che vediamo scacchi, sacchi di patate, vecchi vestiti e bisacce sostituire tele e pennello.

Disegni a penna, scarabocchi a matita, ritornano al centro di una ricca produzione grafica che ha l’intento di recuperare le antiche strutture originarie del linguaggio.

Da questa prospettiva, il curatore marchigiano Andrea Bruciati propone la mostra “Dentro il cielo compare un’isola. Le arti Povere in Italia tra disegno e fotografia”, visitabile dal 21 luglio al 4 novembre 2018 presso le stanze rinascimentali del magnifico Palazzo Bisaccioni a Jesi.    

Sono trentadue gli artisti che, in poco più di un decennio, hanno realizzato i disegni e le fotografie esposti in mostra; opere che esprimono la volontà di impoverire il segno ai minimi termini, per ricondurre il dato visibile al suo archetipo.

I segni di Mario Giacomelli sono righe fatte di terra. Paga i contadini per farle con i loro trattori e nelle sue foto le accentua durante il processo di stampa.

Per Francesco Clemente, invece, sono i simboli della tradizione o della cultura popolare. Dialogano tra loro e ci mostrano come il disegno sia un linguaggio di cui recuperare il piacere della manualità.

Nel corso dell’esposizione vediamo, inoltre, una produzione di Alighiero Boetti.

Per lui dipingere significa tradire, allontanarsi dal mondo reale e dagli ideali che esprime nelle sue stesse opere. Per questa ragione, ancora una volta, la soluzione diventa prendere una matita e un foglio quadrettato per partire da qualcosa di semplice.

L’Arte Povera è «un linguaggio iterato, un parossismo scientifico», afferma il curatore Andrea Bruciati, un luogo «dove traspare un intento quasi prometeico di andare oltre il dato sensibile», dove in un foglio di carta sia possibile trovare l’essenza di un quadrato o il modo di tracciare nuove geografie, nuove ideologie, nuove relazioni.

La mostra, nel centro storico della città, chiude la stagione con questa affascinante retrospettiva, che ci propone l’indagine di una corrente artistica che nei suoi forti connotati concettuali non perde lo sguardo intimo e attento del fare arte.

Marta Pezzucchi