Fra tigri e guerrieri

Kim Beom e il suo esercito di seta

Seoul, si abbassano le luci e si puntano i fari, pubblico in trepidante attesa, silenzio e comincia.

Sfilano, austeri, questi “taekwondoka gentiluomini” avvolti da maxi-blazer, bomber di acetato, camicie di seta e pantaloni che fluttuano in passerella.

Il direttore creativo Kim Beom, anche stavolta, ricorre alle sue doti di graphic designer e alle sue origini per conferire quel tocco in più alla collezione BEOM autunno/inverno 2016 e quel sapore tipico del folclore Sud-Coreano.

La modellistica è fedele alla cultura orientale: pulita, precisa ma libera dalle forme del corpo. La decisa durezza delle casacche viene ammorbidita dalla larghezza dei pantaloni. Colletti severi con scolli gentili, a volte profondi e poi, eleganti colli alti escono dai cappucci esagerati. Le diverse lunghezze dei capi si sovrappongo fra loro dando vita ad outfit importanti e corposi.

La maglieria e le felpe, pantaloni in pelle, che attirano un’aria rock, vanno contro quelli damascati, i tessuti tecnici dei cappotti si scontrano con le lane delle lunghe giacche facendo però incontrare il gusto di tutti i presenti.

Il nero e il blu lottano fra loro diventando i veri protagonisti della sfilata, li seguono gli azzurri e i rossi degli hanbok Coreani; balza con scatto felino il giallo che colora le tigri ricamate sui capispalla e le camicie; Così Beom ha sbirciato nell’armadio di Gucci proponendo patchwork evidenti sulle felpe, giacche jumpers e giacche eleganti.

Lo street e lo sportswear invadono il ring, anzi la passerella, per smorzare la serietà ma non la disciplina dello stile BEOM.

Le Seoul Fashion Weeks sono oramai un campo di battaglia che Beom conosce bene e le sue mosse risultano sempre vincenti; questo creatore della Corea del sud si presenta come stilista nel 2012 e da allora è in continua ascesa nel mondo del menswear.

Infine tocca a lui, il “manager” di questi lottatori ben vestiti, il fautore della loro eleganza: veste BEOM, passo sicuro, mano alzata da vero campione e la folla è in delirio.

Francesco Fotia