Icona nostalgia

La Rai secondo Francesco Vezzoli.

Ad oggi la Fondazione Prada è una delle massima espressioni di connessione fra il patinato sistema moda ed il controverso mondo dell’arte contemporanea. Dal 1993 Miuccia Prada e Patrizio Bertelli hanno investito in una creatura solida e preziosa, capace di restituire alle persone, attraverso l’arte, un potente story telling della modernità, con il coinvolgimento di personalità del calibro di Rem Koolhas, Roman Polanski e Wes Anderson e le interessanti esposizioni di artisti, sia nella sede di Milano che a Venezia, del calibro di Anish Kapoor, Sam Taylor-Wood, Enrico Castellani, Thomas Demand, il regista londinese Steve McQueen ed anche Francesco Vezzoli, l’enfant prodige e terrible dell’arte contemporanea italiana ed internazionale.

Proprio quest’ultimo artista, il 9 maggio 2017, dopo la presentazione della Trilogia della Morte di ben 13 anni fa, ha inaugurato presso la Fondazione Prada il progetto “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai” grazie al quale la lente di ingrandimento di Francesco Vezzoli si è posata superficialmente sulla Rai degli anni ’70 per indagare i personaggi, i miti e le icone di un tempo che fu, di un intrattenimento non solo ludico ma totale: estetico, culturale, sociale ed antropologico.

L’esposizione nella sua interezza è stata curata dallo studio francese M/M il quale ha fuso insieme tre sezioni dedicate rispettivamente ad “Arte e Televisione”, con i Paesaggi TV di Mario Schifano, “Politica e Televisione”, che presenta alcuni estratti dei telegiornali dell’epoca ed “Intrattenimento e Televisione”, con la voyeuristica Spia ottica di Giosetta Fioroni la quale esplorò, nel 1968, i confini fra corpo femminile e consumismo. La mostra termina con una carrellata di immagini che Vezzoli, aedo della moderna mitologia di vip ed icone che dirige in film, ricama all’uncinetto ed imprime nella pellicola fotografica, ha voluto montare in estratti regalandoci immagini dalle Teche Rai della tv della liberazione sessuale, dei divertenti caroselli e delle complicate ma perfette messe in scena, inserendo quindi i personaggi che hanno impresso nella sua intima memoria di bambino un segno indelebile, il segno di un’italianità artistica e fuori dagli schemi, narrata con un ritmo serrato  di immagini che fra contraddizioni ed aspirazioni hanno segnato l’identità della nostra storia. Fattore primario di indagine è stata l’individuazione di vere e proprie esperienze collettive, in antitesi al contemporaneo individualismo che non permette più un riconoscimento trasversale ma uno unico e perpendicolare alla nostra visione personale, ci riporta in contatto con riti e liturgie dal sapore arcaico.

Il recupero nostalgico, ma antropologico, che l’artista bresciano ha fatto della televisione a cavallo fra gli anni Sessanta, leggeri prima e radicali poi, e fra gli anni Ottanta, gli anni del divertissement edonistico, racchiude il senso della nostra presenza nell’hic et nunc della contemporaneità con un’attenzione particolare alla tensione evolutiva in senso sociale e politico, propria degli anni Settanta. Le prime battaglie etiche, le conquiste sociali, le rivendicazioni politiche, la coscienza pubblica vennero generate in embrione ben prima degli anni Settanta, ma proprio in quel decennio vennero assurte a modello di rovesciamento dello status quo.

Per questo motivo la televisione si offriva sia come motore delle nuove idee sia come specchio in cui riconoscersi per lottare ancora più forte. Difatti la presenza di personalità come Pasolini, Fellini, Arbasino, Monicelli e Zavoli accanto a Raffaella Carrà, Mina, Corrado e Amanda Lear ha permesso un’unità particolare, unica nel suo genere, culminata alla fine del decennio in esperimenti estremi e a tratti punk come Stryx, un calderone di esoterismo, esotismo ed erotismo.

Così a metà fra intellettualismo e pop, la tv è diventata un medium importante di comunicazione, informazione e svago, tutto ciò che noi troviamo ora comodamente in uno smartphone o addirittura all’intero di uno stesso social.

Andrea Berardi

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