Intervista a Matteo Norzi

 

Il regista di Icaros: “A Vision” ci parla di Ayahuasca, Amazzonia e altro ancora.

Icaros: A Vision, il film del 2016 co-diretto da Leonor Caraballo e Matteo Norzi, con Ana Cecilia Stiegliz e Filippo Timi, sarà proiettato nelle sale italiane da giovedì 18 aprile.

Già trattato ed approfondito in un nostro precedente articolo, Icaros racconta il viaggio fisico e spirituale dell’americana Angelina, una malata terminale alla ricerca di una cura alternativa nella giungla amazzonica peruviana. La donna si affida agli sciamani indigeni che, tramite rituali e l’antica bevanda psichedelica ayahuasca, l’aiuteranno a superare le proprie paure.
Le allucinazioni che si susseguono all’interno del film sono rivelatrici come lo sono i sogni. Grazie a un linguaggio irrazionale e simbolico (simile a quello onirico), diverse scene sono accostabili a proiezioni di arte contemporanea, dove la comprensione è prima di tutto emotiva ed estetica, e sono possibili visioni ed accostamenti che producono significati inattesi.

Gli altri protagonisti non sono solo un altro occidentale in cura, Filippo Timi, e uno sciamano, Arturo Izquierdo, nella parte di se stesso, ma anche la medicina e la giungla dell’Amazzonia peruviana.

L’ayahuasca e gli altri rimedi utilizzati dagli sciamani sembrano prima di tutto curare l’anima, senza necessariamente sostituirsi (o almeno non del tutto) a quella occidentale. Lo sciamano Arturo, infatti, si rivolge a un oculista per un problema agli occhi. Non troverà rimedio né con la medicina occidentale né con quella indigena, tuttavia quest’ultima saprà essergli di guida e conforto. Anzi, il suo problema sembra riavvicinarlo ancora di più all’Amazzonia, alla natura che lo circonda.

La giungla fornisce agli sciamani le materie prime per le loro pratiche, mantenendo così uno stretto legame con i suoi abitanti. Ritrovandosi in Amazzonia, invece, l’americana Angelina cerca una connessione Wi-Fi come rifugio rassicurante. L’italiano Filippo Timi si rivolge a una telecamera. Gli occidentali sembrano spaesati nella giungla. La tecnologia potrebbe diventare un totem malefico, tra ossessione e maledizione, che ci segue ovunque e ci allontana dalla natura, dalle nostre radici?

È una delle cose che abbiamo chiesto al regista Matteo Norzi nell’intervista che segue.

Icaros: A Vision è un film così ricco di messaggi e visivamente denso che, se da un lato sono onorato dell’intervista, dall’altro credo che domandare chiarimenti non potrà mai dare risposte esaustive quanto sanno fare da sole le immagini. Proprio perché nel film molto viene spiegato dalle allucinazioni, tu ritieni che il linguaggio verbale e l’approccio scientifico a volte siano un limite alla nostra conoscenza?

Il viaggio sciamanico probabilmente anticipa ogni altra forma di linguaggio espressivo. Parafrasando Carlo Ginzburg, arte, letteratura, teatro ma anche ovviamente cinema e realtà virtuale non sono altro che elaborazioni di quello stesso impulso a raggiungere altri mondi – esplorare dimensioni aldilà della percezione più quotidiana della realtà. Paradossalmente si potrebbe forse fare un discorso analogo anche per la genesi del metodo scientifico e della medicina. Penso a Jeremy Narby e le ricerche sulla simbologia sciamanica che tuttora è presente nell’iconografia del caduceo, il bastone alato con due serpenti attorcigliati emblema della medicina e della farmacia. Ma non so se ho davvero risposto alla tua domanda.

Credo proprio di si.

Per quanto riguarda la salute, che contributo pensi possano dare l’uso dei rituali, dell’ayahuasca e gli altri rimedi sciamanici rispetto alla medicina occidentale (prendendo in considerazione anche la psicanalisi)?

Credo che ultimamente la medicina occidentale si stia aprendo verso discipline per così dire alternative. Negli Stati Uniti l’agopuntura per esempio è ormai riconosciuta anche dalle assicurazioni sanitarie. Non solo, siamo di fronte al grande rinascimento della medicina psichedelica che bandita per quasi 40 anni è ora oggetto di studi clinici che rivoluzionano l’approccio alla salute mentale. Il nostro film è stato un successo anche e soprattutto nel contesto di questa svolta della coscienza collettiva verso questi temi. L’ayahuasca poi più che una cura è uno strumento diagnostico. La chiamano radiografia spirituale. Ti aiuta a prendere consapevolezza dei problemi del corpo e della mente e di come questi siano correlati. Più che offrire una cura per il cancro ad esempio, aiuta invece a comprendere e magari accettare il proprio destino. Spesso da questa parte del mondo invece, arriviamo a spirare l’ultimo respiro avvolti dall’ansia, completamente impreparati, dopo aver vissuto un’intera esistenza con il taboo della morte. Mancare, spegnersi, andarsene sono eufemismi in luogo di ciò che non sappiamo neppur nominare.

In Amazzonia c’è poi un universo di altre piante che vengono prescritte per trattamenti vari, alcuni dei quali altamente efficaci ad esempio per dipendenze da alcool e distanze, disturbi dell’alimentazione, malattie autoimmuni – questi tutti malanni dello spirito di cui i nostri ospedali non sanno davvero che farci.

Le visioni “ospedaliere” di Angelina producono una certa ansia (almeno in me). Restando in tema di medicina occidentale, la nostra visione del corpo e delle cure, come anche il nostro rapporto con la vita e la morte, ne è stato sicuramente influenzato. È un aspetto su cui il film in qualche modo riflette?

Assolutamente. Il contrasto tra la luce fredda della sala d’attesa e l’empatia del popolo Shipibo Conibo è uno degli aspetti centrali del nostro film. Tuttavia non c’è l’intenzione di prendere le parti, condannando una filosofia rispetto all’altra. Tant’è che se Angelina lascia l’ospedale per la selva, il percorso di Arturo, il giovane sciamano che sta diventando cieco è in un certo senso inverso…

Giusto. In Arturo ho notato poi il successivo riavvicinamento alla natura, che sembra dargli sollievo. Suona la stessa musica dell’Amazzonia. Angelina, dal canto suo, fa un bagno nel riflesso capovolto del film Fitzcarraldo, in cui l’uomo voleva piegare la natura. A tal riguardo, credi che esista un rapporto universale tra uomo e natura o si tratta piuttosto di diverse interpretazioni?

Credo che esista un rapporto ancestrale tra donne, uomini e natura. Spiritualità significa semplicemente avere rispetto per il mistero- tutto ciò che non sappiamo. Tanto quanto al tempo dei primi homo sapiens come nel futuro più lontano, si può attingere a una grande conoscenza celebrando la connessione con la madre terra. Chi non ha mai bevuto l’ayahuasca o per lo meno visto il film mi prenderà per matto, ma in Amazzonia il vegetarismo è definito da una varietà di pratiche animiste di connessione con intelligenze vegetali…

E la tecnologia (penso ai televisori che compaiono, come, in modo diverso, anche la scena del “videogame”), che ruolo assume non solo nel rapporto con la natura, ma anche con noi stessi?

I passeggeri del nostro film portano con sé l’ossessione e la dipendenza per la tecnologia anche laddove l’obiettivo è disconnettersi dal mondo. È una nevrosi di cui siamo pressoché tutti vittime. Di fronte alle scelte formali su come rappresentare le visioni, ci siamo imposti di tentare di reinventare i cliché della psichedelia anni sessanta e settanta. Abbiamo optato per giustapporre e in un certo senso mettere sullo stesso piano gli strumenti e le tecnologie che in occidente si utilizzano per generare visioni: TV, strumenti oculistici, video game, risonanza magnetica, video camera da selfie con la tecnologia liquida dell’ayahuasca. La chiamavano televisione della foresta…

Riguardo le differenze tra la cultura indigena e quella occidentale, ti sembra che esista al momento una buona mediazione culturale? E cosa pensi dell’influenza occidentale sull’Amazzonia di oggi?

Le conseguenze del colonialismo sono ancora molto evidenti in Amazzonia, soprattutto a causa di quella seconda ondata di barbarie contro i popoli indigeni commessi durante gli anni del boom della gomma. Il Perù è un paese diviso, dove il potere è a Lima, fondamentalmente ancora nelle mani dei discendenti europei. La rappresentanza indigena in parlamento è quasi nulla, e l’Amazzonia è di fatto tuttora una colonia. Nonostante la pressione proveniente dall’ attivismo ambientalista di tutto il mondo, la foresta viene trattata come se fosse un’infinita riserva di risorse da sfruttare: petrolio, oro, gas, tronchi, coca, ecc. Tuttavia, nel regno spirituale, lo sciamanesimo è stato in qualche modo in grado di sopravvivere attraverso una storia tanto tumultuosa. È una forza in continua evoluzione in grado di adattarsi e trasformarsi. Ecco perché non penso che sia seriamente minacciato dal risorgere dell’interesse per l’ayahuasca, forse il contrario. Ovviamente cambierà. Ma mentre ci sono molte preoccupazioni sul rischio di perdita nel processo, sono effettivamente convinto che queste pratiche siano di natura sincretica e traggano beneficio dalla contaminazione. In questo discorso non uso mai la parola tradizione, perché troppo compromessa con il passato. Mi piacerebbe contribuire a spostare la conversazione verso l’identità indigena del futuro, su come lo sciamanesimo abbia il potenziale di mescolarsi con le nuove tecnologie, sull’importanza della saggezza indigena in questi tempi postmoderni. Tuttavia, andare in Amazzonia per bere l’ayahuasca richiede una certa dose di responsabilità. Sì, gli occidentali possono e devono diventare alleati di questi fantastici popoli, purché il rapporto con l’altro non sia solo basato sul ‘prendere’. Queste sono le problematiche principali che ci siamo portati nel cuore fino al progetto a cui stiamo lavorando ora, – la vita dopo la vita del film: il Shipibo Conibo Center di NYC, un’organizzazione senza scopo di lucro dedicata a continuare il lavoro in questo campo con l’impegno di proporre modelli alternativi alle dinamiche descritte in precedenza. La società moderna soffre così tanto per la mancanza di riti di passaggio. L’ayahuasca è propriamente una di quelle esperienze trasformative con tutte le implicazioni in termini di rischi e opportunità. Non tentiamo di farla diventare solo un altro prodotto consumistico!

Ti ringrazio.

Michele Leombruni

SCHEDA DEL FILM

Titolo originale: Icaros: A Vision

Regia: Leonor Caraballo, Matteo Norzi

Genere: drammatico

Durata: 84’

Data di uscita: Aprile 2018

Nazione: USA, Perù

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