La Banlieue tra emarginazione e integrazione per una nuova identità

Un’inchiesta che risponde alle banali dissertazioni sociopolitiche sull’immigrazione.

La banlieue è ritornata puntualmente al centro dell’attualità e della cronaca francese. Nata come agglomerato di quartieri operai, fuori dal perimetro murario della città e nei dintorni delle fabbriche moderne, è sempre stata punto nevralgico dal quale partivano manifestazioni e sommosse. Dapprima qui si accolsero i coloni provenienti dalla campagna, giunti per lavoro, e successivamente, nel periodo che va dalla fine del secondo conflitto mondiale agli anni 60, per rimediare velocemente alla crisi abitativa, vi si stabilirono milioni di migranti provenienti dalle ex colonie. Il problema peggiorò con la costruzione di quartieri dormitorio, spesso senza servizi, in cui si riversarono fette di popolazione che condividevano paese di provenienza, cultura, lingua (spesso diversa dal francese) e bassi livelli di benessere e istruzione. Così si andarono a formare i primi ghetti.

Il termine “ban-lieue” ha via via assunto un’accezione peggiore rispetto a quella originaria, che da “luoghi d’amministrazione dipendente”sono divenuti veri e propri “luoghi del bando”, sospesi tra il confine della città e la mancanza di infrastrutture e collegamenti con questa. Da quartieri operai si sono trasformati, dunque, in luoghi miserevoli e disumani, dove la disoccupazione oscilla tra il 40% e il 60%, interessando buona parte della popolazione più giovane, che rappresenta la seconda, e talvolta la terza, generazione di immigrati. Sono diventati luoghi dove lo stato sociale fatica a farsi spazio – collezionando una serie di insuccessi delle soluzioni politiche al problema dagli anni 70 ad oggi – e dove la povertà è una miccia latente che potrebbe innescare sanguinosi conflitti, che trovano origine in un substrato culturale eterogeneo che, non essendo valorizzato, mostra il suo aspetto debole e esposto alla non integrazione.

La polizia francese ha sempre avuto difficoltà ad entrare in alcuni di questi quartieri e così, nel 1994, sono state formate le BAC, brigades anti criminalité. Il primo dipartimento fu aperto a Saint Denis, storica banlieue a Nord di Parigi dove abitavano molti degli attentatori del Bataclan. I membri di questa forza speciale non sono dei semplici poliziotti, ma hanno una formazione ad hoc e uno status che gli garantisce tutele particolari, soprattutto nell’uso della forza.

Le banlieue di Parigi sono, probabilmente, le più tristemente famose per ricorrenti fatti di cronaca e, di recente, in seguito agli attentati terroristici del 13 novembre 2015 che hanno colpito la Capitale, sono tornati sotto i riflettori proprio perché da qui provenivano i giovani radicalizzati facenti parte di un commando armato collegato al sedicente Stato Islamico.

Da qui l’oggetto dell’indagine di Pier Paolo Piscopo, tràdita nel suo ultimo saggio“Banlieue tra emarginazione e integrazione per una nuova identità”, edizioni Il Formichiere, nel quale, partendo dalla storia di questi luoghi dimenticati dalle istituzioni, si passa ad uno spaccato preciso dei problemi, non solo di natura economica, che colpiscono gli abitanti delle banlieue. Ed è in particolar modo l’aspetto sociale ad essere studiato dall’Autore, che tra l’altro viene esaminato sia dal punto di vista causale, sia, e soprattutto, come elemento sul quale focalizzarsi per cercare di risolvere il problema dell’integrazione.

Oltre alle difficili condizioni economiche, la mancanza di integrazione e di aiuto, nonché la debolezza delle istituzioni, aumentano il divario tra le etnie residenti, dando vita a conflitti interni che fanno sempre più fatica a rimanere relegati in queste zone di confine.

La situazione interna, così come riportata dallo stesso Piscopo – già trasferitosi in questi quartieri per vedere da vicino e vivere il vero malessere – mette in luce uno contesto preoccupante, nel quale il disagio è avvertito principalmente dalle nuove generazioni, che anziché sentirsi integrati vedono nello Stato un traditore – o peggio un nemico – che non è stato in grado di pensare agli ultimi.

Il caso delle banlieue parigine diventa, pertanto, un problema che nasce dalla commistione tra politica estera e politica interna, dove le organizzazioni internazionali di stampo terroristico riescono a fare breccia nella falla del sistema sociale di uno degli stati maggiormente rappresentativi della politica economica europea.

Lo studio di Piscopo è utile come paradigma dei possibili scenari che si potrebbero prospettare per gli altri Paesi europei nel momento in cui le politiche di integrazione falliranno sotto la spinta xenofoba.

L’italia, dal canto suo, sta affrontando negli ultimi decenni il fenomeno dell’immigrazione, fatto del tutto nuovo e recente se si considera che fino agli anni 70 la questione migratoria è stata prevalentemente di natura interna, con spostamenti dalle regioni più povere del Mezzogiorno verso il Nord industriale. E semmai fin dalla fine dell’Ottocento, l’Italia è stato un paese soggetto a emigrazione verso gli stati dell’Europa centrale e, in particolar modo, verso le Americhe, esportando non solo persone in cerca di lavoro e fortuna, ma anche eccellenti studiosi e, purtroppo, modelli organizzativi di stampo mafioso.

Alla luce di quando si è detto, l’opera si può considerare completa e fondata su un aspetto critico che si avvale di una prospettiva sociale, storica e politica, approfondendo, nei vari capitoli, il modello architettonico, urbanistico, economico e sindacale delle banlieue, nonché il ruolo dell’insegnamento della scuola pubblica e di quelle private musulmane in Francia, quindi l’Islam, i rapporti che intercorrono tra Chiesa e Repubblica, le dinamiche delle sommosse sociali avvenute nel 2005, le più grandi rivolte popolari avute in Francia dopo la Rivoluzione, il modello d’integrazione adottato. Da ultimo vengono confrontati tra loro i tre stati centrali europei: Regno Unito, Germania e Italia, per capirne le differenze e le similitudini, cercando di scorgerne ancora i possibili sviluppi futuri.

Lo stile narrativo dell’esposizione inscrive il libro nel filone di critica e inchiesta giornalistica freelance. L’opera impiega, infatti, sia fonti scientifiche che “prese dirette” sulla realtà, con osservazioni in prima persona e interviste sul campo.

Alessandro Fiori Spano