La sincerità di un paesaggio

Ansel Adams e la fotografia del West America.

Era un ragazzo, aveva poco più di tredici anni, non amava studiare e a breve avrebbe abbandonato le lezioni di pianoforte. Era il 1916, correva nel verde selvaggio dello Yosemite Valley con la sua macchina fotografica al collo, una Kodak Brownie, e il fascino di quei paesaggi incorrotti e incontaminati sembrava irresistibile.

Si chiamava Ansel Adams, avrebbe attraversato i sentieri di Yellowstone, le scarpate dell’Owens Valley, l’Alaska, le distese rocciose del Monte Williamson, e sarebbe diventato uno dei più grandi innovatori della fotografia del XX secolo.

Solo Carleton Watkins, fondatore della fotografia paesaggista americana, aveva esplorato con la stessa intensità, il binomio sincronico naturafotografia, con le immagini che hanno rivoluzionato universamente il modo di guardare il paesaggio.

Partendo dagli scatti dello stesso Watkins, fino ad arrivare ai grandi contemporanei come Victoria Sambunaris, Bin Danh e Laura Mcphee, con Ansel Adams in Our Time, mostra visitabile dal 13 dicembre 2018 al 24 febbraio 2019, il Museum of Fine Arts di Boston (MFA) propone un viaggio nella storia della fotografia paesaggistica per comprendere la complessità del lavoro di Ansel Adams.

La sua carriera ha inizio quando facendosi assumere dalla Sierra Club, la più antica associazione ambientalista americana, comincia a scattare foto durante le gite annuali organizzate per i soci. La vista di ogni scorcio, di ogni panorama, di quella natura libera e dinamica si fa sempre più irruente nella sensibilità del fotografo.

L’arancione della terra bruciata, il grigio delle pareti rocciose, il verde della natura viva e ribelle sono i colori dell’America dell’ovest; i colori dell’America di Ansel, invece, sono il bianco e il nero.

E tutte le sfumature del grigio sono il suo modo di parlare in modo diretto e sincero alle persone.

Inventa il Sistema zonale per modulare il proprio linguaggio, una tecnica che migliorando la gradazione delle componenti del grigio restituisce immagini più nitide e con una maggiore messa a fuoco.

Ma per Ansel Adams, che concepisce la fotografia come il riflesso dell’anima:

«Non c’è niente di peggio di un’immagine nitida di un concetto sfocato».

Molto chiaro è il pensiero degli altri fotografi esposti in mostra tra i lavori su media di Mark Klett, che individua i segni dell’interazione umana con la terra; tra gli studi sulla camera oscura di Abelardo Morell, che realizza immagini all’interno di altre immagini; tra le opere di Bin Dahn, che con la stampa a clorofilla, tecnica organica di sua invenzione, affronta i tema della guerra e della memoria.

Che siano i colori brillanti della tecnologia o il sentimentalismo delle tecniche antiche, Ansel Adams in our Time ci racconta come fare una bella foto o fotografare un bel paesaggio non bastino per arrivare alla forza espressiva degli scatti iconici di Ansel Adams e degli altri artisti contemporanei che ancora oggi trattano gli stessi temi, gli stessi soggetti e gli stessi luoghi.

Marta Pezzucchi