Le mutazioni dell’anima

Francis Bacon in mostra a Bologna.

È Palazzo Belloni la sontuosa sede che, l’1 giugno, ha inaugurato a Bologna una coinvolgente retrospettiva dedicata ad uno dei più importanti protagonisti del panorama artistico del XX secolo: “Francis Bacon. Mutazioni”, realizzata da Con-fine Art, e visitabile fino al 16 settembre.

Grazie alla collaborazione della Francis Bacon Collection, abbiamo la possibilità di ammirare una mostra, curata da Gino Fienga, che raccoglie alcune delle opere provenienti dalla collezione di Cristiano Lovatelli Ravarino, intimo amico dell’artista.

Circa 70 opere tra disegni, pastelli e collage, realizzati tra il 1977 e il 1992, vogliono mostrare, in un percorso arricchito da fotografie e contenuti multimediali, la dimensione intima di un artista tormentato che ha espresso il dramma esistenziale dell’uomo del suo tempo.

«Amo i disegni, ma non ne faccio». Afferma Francis, negando l’esistenza di quella produzione grafica di cui, per molto tempo, non si è saputo nulla.

Per l’insicurezza di un artista che non ha ricevuto formazione accademica? Forse per il vezzo di un narcisista cronico che si tinge i capelli con il lucido da scarpe.

Nei disegni e nei pastelli esposti in mostra ritroviamo le teste, i papi e i crocifissi che riemergono come temi principali dell’opera. Si ripetono con piccole variazioni, alla ricerca della forma perfetta, come spettri dell’ossessione artistica di Bacon.

L’inclinazione al perfezionismo porterà la galleria a cui era legato, la Marlborough Gallery, ad offrirgli l’assistenza di Miss B. La gallerista si occupa della dichiarazione dei redditi, gli fa il bucato, consola gli amanti dal cuore spezzato, e, una volta asciutte, requisisce le tele per salvarle dalla sua stessa distruzione.

La ripetizione è pulsione al perfezionamento ma vuol dire anche fissare, mantenere e conservare nella memoria. Significa esigenza di cambiamento e speranza che vi possa essere, nella ripetizione della stessa forma, lo spazio per una risposta diversa. Magari come quella mai ricevuta dal padre che, come i papi che dipinge, incarna il ruolo di guida spirituale, ma che è così lontano dal mondo reale.

D’altra parte, lo spazio della vita di Bacon è doloroso e prende forma tra le mura dei suoi atelier, ambienti che rappresentano nei minimi dettagli la personalità dell’artista.

Dimostra, fin dalla prima produzione, l’attenzione per il linguaggio spaziale e il suo significato. Gli ambienti pittorici sono costruiti su linee e cubi che isolano la figura umana come in una gabbia invisibile. La mobilia in acciaio e tubolare, gli sgabelli da salotto e i tavoli in vetro testimoniano la sua attività giovanile da Interior designer, e dimostrano come abbia disegnato fin dall’inizio della sua carriera.

David Sylvester, suo biografo ufficiale, racconta di aver sempre saputo dell’esistenza dei disegni e che Bacon disegnasse, ma di non averlo mai rivelato per compiacere l’artista.

Così, ora possiamo finalmente vedere in mostra questi disegni dai tratti fortemente figurativi, che, nella tendenza alla deformazione, riportano la tecnica dei tashistes, tra le predilette di Bacon, o dei collage di eco picassiano.

Opere a matita su carta, installazioni interattive e uno specchio che ci fa vivere l’esperienza di trasformazione e mutazione della nostra immagine riflessa.

«Ogni giorno nello specchio vedo la mia morte all’opera», cita così le parole del poeta francese Jean Cocteau, sottolineando come nei corpi deformati delle sue opere si rifletta l’anima di un artista costretto nel dolore della sua pelle.

Marta Pezzucchi