Matteo Meschiari, Disabitare.

Antropologie dello spazio domestico, Meltemi, 2018

Se vi dicessero che non esiste più la casa dei sogni? Se doveste (re)immaginare la vostra vita in funzione di un’abitazione, quale tipo di casa scegliereste? Nuove tendenze in ambito abitativo e architettonico si stanno affacciando: soluzioni che vanno al di là della comodità e che rispecchiano nuovi stili di pensiero e un impatto ecologico sempre più controllato. Ville lussuose da una parte, case Zen e minimal dall’altra. Centinaia di metri quadri che contemplano le attività più disparate o pochi metri cubi provvisti del necessario, fino ad arrivare a spazi angusti e soffocanti. Nel suo ultimo libro, Matteo Meschiari ripercorre al contrario le radici antropologiche dell’abitare, fino alla riscoperta di dimore, non più case, dove il confine tra intimità e natura è sempre meno marcato. Un’esplorazione sociologica e antropologica che comincia all’indomani dell’uragano Katrina, la cui furia ha per l’ennesima volta dimostrato la fragilità di ciò che l’uomo costruisce contrapponendosi a quella ricerca disperata, iniziata secoli fa, di controllare la natura e di poterla riprodurre, in piccolo, nei nostri giardini. Così, nella lettura di queste pagine, passando per esperienze estreme, l’autore propone di ripensare il nostro modo di abitare e il nostro approccio con l’ambiente che ci circonda.