Nasconditi, Vincent!

Una sintesi di dolore e meraviglia

Un cantautore giovanissimo che ricorda perfettamente la prima canzone che ha ascoltato. Aveva 5 anni, ascoltava i Pink Floyd e viveva tra le montagne campane. Oggi Mario Perna è Hide Vincent ed è pronto a trasferirsi sul mare. Il 27 Gennaio è uscito il suo omonimo lavoro che lui stesso definisce più maturo, in cui la musica è spoglia, grezza e sincera.

Cosa significa Hide Vincent?

«Il nome Vincent è un omaggio ad un cortometraggio d’animazione del 1982, in cui il protagonista, Vincent per l’appunto, è un bambino di sette anni che immagina di vivere la propria vita in una fiaba dell’orrore, ma viene costretto a reprimere i suoi macabri desideri per condurre la vita di un normale bambino della sua età. Quando ho deciso di prendere il suo nome l’avevo scritto così: “hide, Vincent” cioè “nasconditi, Vincent” e poi successivamente ho deciso di togliere la virgola ed accorpare tutto in Hide Vincent. Da piccolo ero molto affezionato a quel corto, ed oggi sono molto affezionato a questo nome».

Come descriveresti il tuo disco?

«Questo disco è una bella fetta della mia vita messa in musica: spoglia, grezza, sincera. È un solco nel mio presente, passato e futuro».

Cosa differenzia Hide Vincent da Imperfection?

«Tutto. Quando ho iniziato a scrivere i pezzi per Imperfection avevo quindici anni, il primo fu A Sunset Serenade, e l’ultimo invece Brokenskins, l’ho scritto a diciannove anni appena compiuti, due settimane prima di fare il master della demo. In quegli anni ho cambiato decine e decine di ascolti, di punti di riferimento: basta ascoltare queste due tracce per notare la differenza stilistica abissale tra loro. Imperfection era solo un insieme di canzoni. Hide Vincent è un lavoro molto più elaborato, musicalmente più maturo e più coerente».

Qual è il primo disco che ricordi di aver ascoltato? 

«Lo ricordo benissimo, era “The Wall” dei Pink Floyd, quando avevo cinque anni».

Quali sono i dischi che ti ispirano ora?

«Tra i dischi degli ultimi anni ce ne sono molti davvero notevoli. Tra i più recenti che mi hanno colpito maggiormente ci sono “Kindly Now” di Keaton Henson, “Hozier” di Hozier,“Telluric” di Matt Corby e “My Favourite Faded Fantasy”di Damien Rice».

Com’è nata la collaborazione con I Make Records?

«Era un periodo che mandavo un sacco di mail, cercavo qualcuno che mi aiutasse nel realizzare questo disco. Nel dicembre del 2015 ho scritto alla I Make Records una mail con due righe sul mio pensiero per questo progetto, e con in allegato Brokenskins. Ho avuto risposta qualche giorno più tardi, in cui mi si chiedeva un incontro, per fare due chiacchiere da vicino. Sono andato alla sede dell’etichetta e ho conosciuto Francesco Tedesco. Ci siamo capiti subito: era il sei di gennaio, e due settimane avevamo già buttato giù i provini di tre quarti del disco, a marzo abbiamo iniziato a registrare. È stato bello».

Qual è il significato che hai voluto trasmettere con il video di Blood Houses?

«L’idea del video parte da un episodio che mi è accaduto qualche anno fa.  Stavo ascoltando il disco Des visages des figures dei Noir Désir, e mi stava piacendo molto. Così ho fatto qualche ricerca sulla band e sul frontman, Bertrand Cantat, e mi è uscita davanti una notizia di cronaca che lo riguardava: pochi anni prima aveva ucciso a pugni la sua compagna, in una stanza d’albergo in Lituania. Lessi i dettagli della vicenda proprio mentre stavo ascoltando Le Vent Nous Portera. Quel brano era bellissimo, così come la sua voce. Ebbi un nodo allo stomaco: come poteva qualcuno in grado di creare quella bellezza, essere allo stesso tempo capace di quell’orrore? E non smettevo di ascoltare il brano, l’ho messo in loop forse per dieci volte di fila, e ogni volta sentivo nello stomaco tutti i pugni sul volto di quella donna. Poi mi sono accorto che la musica è fatta così: è una sintesi continua di dolore e di meraviglia, essi si rincorrono nell’attesa di una catarsi. Questa è la sensazione che ho voluto ricreare nel mio videoclip: un abbraccio morboso tra la bellezza e l’orrore, tra la quiete ed il frastuono».

Nel video hai diretto Simona Fredella, la tua fidanzata, è più compagna o più musa?

«Lei è una compagna nel senso reale del termine: mi accompagna in tutte le mie giornate, nelle mie difficoltà, nelle mie gioie e nelle mie paure. Musa è un termine che mi è sembrato sempre troppo scontato, ma di certo la sua presenza è indispensabile anche per la mia musica, perché sono un insicuro, ed in lei trovo sempre un valido sostegno».

Sei nato tra le montagne campane, ma ora vivi sul mare, come mai hai fatto questa scelta?

«Una serie di cause mi ha portato a vivere a Salerno: mi sono laureato all’università qui e poi ho deciso di restarci, almeno per ora. Ho una casetta che affaccia sul mezzo del golfo, pare di toccare il mare con le mani, mi sveglio sempre bene la mattina. Per me l’importante è avere un contatto con la natura, è fondamentale: morirei in mezzo al cemento. Il paesaggio marino è tremendamente affascinante, anche se lo ammetto, mi trovo più a mio agio tra gli alberi.

Sei appena partito con un tour che toccherà diverse parti d’Italia, cosa speri di trasmettere a chi ti verrà a trovare?

«Il contatto ravvicinato con chi ascolta è una cosa assolutamente fondamentale. Abbiamo iniziato da poco ma queste prime serate sono state già molto soddisfacenti. Quello che spero di trasmettere è almeno il cinque percento di quello che sento io mentre sono sul palco, spero di non lasciare il pubblico indifferente, in un modo o nell’altro, è questa la cosa realmente importante».

Giulia Giordano