OBIETTIVO FEMMINILITÀ

CAROLINA FERIOLI, LA DESIGNER BOLOGNESE CHE VUOLE CONQUISTARE IL MERCATO CINESE

Cavalcando l’onda della ricerca di nuovi talenti made in Italy, vi presentiamo oggi il brand di womenswear, Carolina Ferioli, fondato dall’omonima stilista appena ventiseienne.
Nella magica Bologna (patria di Switch Magazine) ha già aperto il suo primo studio-showroom, ha presentato le prime collezioni ed è già sul mercato con una iper femminile linea autunnale.
Ho bussato alla porta della designer Carolina per un’intervista intima e leggera che sviscera tutte le nuance del brand bolognese.

Ciao Carolina, la passione per la moda nasce in te da bambina, quando vedesti alla televisione una sfilata di alta moda e fu subito amore a prima vista. Qual è stato quindi il tuo percorso per arrivare a firmare le tue collezioni e ad aprire un tuo studio? 

È stato un percorso molto difficile. Ho dovuto scontrarmi con il pregiudizio di alcuni miei parenti e amici che pensavano che il mondo della moda fosse effimero. Superare questo ostacolo mi ha permesso di scoprire quanto fossi forte e determinata a raggiungere i miei obiettivi. Quando ho iniziato a frequentare il liceo, la mia famiglia ha finalmente capito che non avrei mai cambiato idea e da li ho avuto tutto il loro appoggio. Ho frequentato il corso Moda Lab presso l’Istituto Europeo di Design a Milano e ho fondato il mio brand Carolina Ferioli nel 2016.

Il tuo amore per la sartoria traspare dalle tue creazioni e collezioni. Il rigore e la raffinatezza si sposano armoniosamente con il gusto minimale e pulito. Quali sono, secondo te, i maestri della sartorialità e del rigore da cui imparare? Pensi che possa tornare in futuro il minimalismo?   

Penso che la cosa più importante in assoluto sia realizzare ciò che uno sente nonostante le tendenze. Ci sarà probabilmente un ritorno a tante cose , la moda è un po’ così: si passa velocemente da una cosa a un’altra, da periodi concreti a periodi di confusione e viceversa. La cosa che più mi manca oggi non è il minimalismo e la pulizia delle linee, anzi ben venga sapersi distinguere. Ma ciò che mi lascia nostalgicamente perplessa è vedere come il concetto di prêt à porter e a volte anche di haute couture si sia molto ridimensionato. Ancora mi ricordo, quando da ragazza facevo ricerca negli Archivi di Moda, che prima gli abiti avevano un valore aggiunto: c’era molta più ricerca, i tessuti erano più pregiati e c’era una minuziosa cura dei dettagli rispetto ad oggi. I capi sartoriali e strutturati, pur mantenendo una linea pulita, mi piacciono perché mi trasmettono l’idea del lusso di un tempo. Uno dei maestri della sartorialità e del rigore da cui imparare è Gianfranco Ferrè, l’architetto della moda.  In questo momento, i miei idoli sono Jean Paul Gaultier e Vivienne Westwood, poiché riescono a combinare la precisione sartoriale con un stile stravagante e grintoso.

Hai partecipato nel 2016 alla Vancouver Fashion Week. Perché quella e non Milano o Parigi? Che ne pensi delle emergenti città dell’est europa, che stanno iniziando a inserirsi nel Fashion Market? 

Ho partecipato alla Vancouver Fashion Week con la mia prima collezione ed è stata una delle esperienze più belle della mia vita. Mi è piaciuto molto il clima di sostegno reciproco che si era creato tra tutti i designer. A novembre, nella città di Shenzhen in Cina, presenterò la collezione primavera estate 2019 realizzata appositamente per il mercato cinese. Credo che per Milano e Parigi ci vorrà ancora un po’ di tempo. Oggi purtroppo è abbastanza radicata l’idea che il successo debba per forza arrivare subito. Non si può avere tutto dall’inizio. Anzi, bisogna avere l’umiltà e la capacità di capire che il talento va coltivato e che per realizzare i propri sogni si devono fare molti sacrifici. È il sogno di ogni designer poter avere l’occasione di sfilare durante le più rinomate settimane della moda e io sono una grande sognatrice, un’imbattibile ottimista. Guardo spessissimo su Instagram le novità sulla scena fashion delle città emergenti. Penso che sia una scelta giusta tenere d’occhio quello che fanno i giovani, per scoprire nuove realtà da cui poter anche trarre ispirazione.

Carolina, tu sei nata a Bologna e hai aperto il tuo studio proprio in questa città. Anche dai tuoi social si evince che la vivi e la ami molto. Noi di Switch Magazine siamo di casa qui. Questo territorio ha partorito da sempre numerosi designer e brand che si sono affermati anche a livello mondiale. Cosa ne pensi di Bologna come “Città della moda”? È fonte di ispirazione per te? 

Bologna è una città di grande ispirazione, non solo per la moda: penso a grandi talenti come Gaetano Navarra, penso ai grandi artisti della musica come Luca Carboni e Lucio Dalla, che sono un po’ il simbolo della nostra città. Si respira un clima conviviale anche con le persone che conosci per caso, ti fanno sentire sempre a casa, sia di giorno sia di notte, bevendo un bicchiere di vino in una delle tante osterie che ci sono. La zona universitaria è frequentata in gran parte da ragazzi che vengono da altre città e la John Hopkins è un’autentica melting pot. Bologna non è solo una città d’arte ma è un luogo che unisce tante anime.
È una città dove la tendenza non esiste, perché le persone sono semplici, spontanee, vere.

Nella tua ultima collezione Autunno-Inverno 18/19, il nero è protagonista. I colori scuri, le linee gotiche, la sartorialità Made in Italy, fanno pensare al mondo dei film noir degli anni Quaranta. Qual è la principale ispirazione di questa collezione? 

Cerco sempre di trovare l’ispirazione dentro di me.  Disegno sempre abiti capaci di farmi sentire speciale, sofisticata e un po’ diva. Mi ispiro anche a due celebrità, Dita Von Teese e Rita Hayworth, perché adoro il fascino che trasmettono e il modo di esprimere la loro autentica femminilità.

Vedendo la collezione non si può certo dire che non sia femminile. La valorizzazione del décolleté, l’assottigliamento della vita riporta l’occhio al retrò. Quali tessuti hai pensato che potessero impersonare questi concetti? Quali shapes indosseranno le donne nella prossima stagione? 

C’è sempre una continua evoluzione stilistica nei designer che ancora stanno crescendo. A partire da questa stagione mi sono sentita sempre più ispirata dalle linee dei bustier. Mi piace accostare linee molto femminili a tessuti più particolari per giocare con diversi tipi di struttura: i rigati del mondo maschile, cady, piquet, jersey di cupro, panno lenci di altissima qualità e jacquard. Tessuti visivamente fluidi ma con una mano più consistente.

Il tuo brand esiste dal 2016 e già ora ha goduto al lancio di collezioni stagionali. Quali progetti e ambizioni hai per il futuro? Qual è la direzione del marchio Carolina Ferioli? 

Recentemente ho avuto l’opportunità di produrre una mia linea per il mercato cinese. Spero che il mio marchio possa crescere in questa direzione, dato che il mercato orientale è oggi in continua espansione.

Il tua figura, di donna, di stilista, emerge molto nelle tue collezioni. Anche nei social tu ci metti la faccia, come si suol dire. Il tuo è un marchio pensato da una donna e che parla alle donne. In un momento storico come questo, dove ancora si soffre la discriminazione di genere verso le donne e le lotte devono essere ancora duramente combattute, cosa ti senti di dire alle lettrici di Switch Magazine? 

Ora vi racconto una storia un po’ particolare. Mia madre si è sposata molto giovane, quando ancora non lavorava. Dopo anni in cui si rese conto di essere infelice, decise di separarsi e per mantenere me e mia sorella Francesca (allora piccolissime) ha dovuto rimboccarsi le maniche. All’età di quarant’anni si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza per diventare avvocato e riuscì a passare l’esame di stato al primo colpo. La sua forza, la sua determinazione mi hanno sempre ispirato e dato la grinta necessaria per farmi spazio nel mondo del lavoro. Pertanto non trovo che le donne oggi siano discriminate. La sensazione di non sentirsi accettate deriva da grandi insicurezze di fondo e dall’incapacità di non saperle affrontare. Penso fermamente che uomini e donne siano diversi, e che questo sia un importante valore. Ciò non significa che gli uni siano migliori degli altri. Nonostante abbia avuto un padre molto scettico che spesso mi ha ostacolata, come donna non mi sono mai sentita discriminata da nessun uomo e ho sempre fatto tutto ciò che volevo.

Alessandro Milzoni