Reel Palestine

Un cinema politico.

Il cinema parla di noi. Tutte le arti parlano dell’uomo e del suo tempo, sono la luce in scena a teatro illumina le azioni della compagnia, la lente d’ingrandimento che permette al miniaturista di compiere il suo lavoro certosino e all’occhio di non perdersi nella molteplicità di un quadro intricato. È sia indicatore che scrutatore perché c’è una bella differenza dal guardare al capire. Il cinema fa tutto. A dirla così è un’arte essenziale, una modalità d’espressione di cui non possiamo fare a meno perché racconta chi siamo e come lo facciamo spesso giudicando, a volte assolvendo, comunque ribadendo la natura politica della nostra esistenza. Sì perché che lo si voglia o meno noi viviamo in una società politicizzata e le nostre scelte personali trabordano di politica, sia le nostre decisioni che le nostre omissioni per la stessa concezione per cui uno che non segue la moda segue comunque una moda, quella di coloro che scelgono di non seguirla. Parlare di politica non deve far paura, anzi dovrebbe saziare quella parte di pensiero illuminista che ci consente, per fortuna, di mostrare un atteggiamento critico nei confronti delle cose. Reel Palestine ci permette, ancora per fortuna, di porre la questione su un cinema ed una condizione (territoriale, sociale, economica, culturale e politica) ben circoscritta ovvero quella, appunto, del popolo palestinese in un momento sterico ed in un’area, per la cronaca, non semplice da gestire ed inquadrare. 

Il Reel Palestine è infatti un festival cinematografico che annualmente propone una selezione di film indipendenti palestinesi negli Emirati Arabi. L’organizzazione non a scopo di lucro che lo supporta è nata dall’idea di un gruppo di amici a Dubai nel 2014 e che l’anno successivo ha visto nascere la sua prima versione pop-up nel gennaio per mostrare, attraverso il cinema, il carattere e la tempra di un popolo che sta vivendo una pagina non rosea della sua storia. I film e i cortometraggi presenti si interrogano sulle domande più diverse che causa il vivere in un’area come la Palestina innanzitutto rivedendo il concetto di identità e di appartenenza indagando i concetti di spazio e origine attraverso un’evocazione formale totalmente di stampo orientale che è tutta rivolta alla poesia ed alla metafora, non senza intenti convintamente sperimentali. I film del festival offrono una visione alternativa rispetto a ciò che viene costantemente raccontato dai media, esprimendo con forza la natura di un popolo che spesso viene soltanto rappresentato ma non con la veridicità che solo un autoctono possiede per vivere il dolore dell’esodo, la disgregazione degli spostamenti, la frammentazione della propria cultura che grazie alla narrazione cinematografica trova un nuovo canale.

Reel Palestine diventa così un vero e proprio centro di ritrovo culturale in cui vengono presentati i lavori di quegli artisti registi internazionali, emergenti ed affermati, che provengono da quella regione ma anche dai vari paesi in cui essi ora vivono dopo la diaspora. 

Presentato quest’anno presso Anteo Palazzo del Cinema di Milano, in pieno centro città, in collaborazione con il Solomon R. Guggenheim Museum di New York il 14 ed il 15 Aprile dalle ore 10:30, il festival è organizzato in concomitanza della mostra Una Tempesta dal Paradiso: Arte Contemporanea del Medio Oriente e Nord Africa, visitabile alla Galleria d’Arte Moderna fino al 17 giugno. Si inizia il sabato con la proiezione di Electrical Gaza di Rosalind e di Ouroboros della kuwaitiana Basma Alsharif, due trasposizioni al femminile degli orrori di Gaza il primo e della natura onirica del luogo il secondo. La domenica, invece, si potrà assistere alla vision di un insieme di nove corti in Suspended Time: A Program of Short Films, in arabo con sottotitoli in inglese, Leaving Oslo del siriano Yazan Khalili il quale però vive e lavora in Palestina, From Ramallah di Assem Nasser, Message to Obama di Muhannad Salahat, Journey of a Sofa di Alaa Al-Ali, Interference di Amin Nayfeh, Apartment 10/14 di Tarzan e Arab Nasser, nati entrambi a Gaza, Oslo Syndrome di Ayman Azraq, Twenty Handshakes for Peace di Mahdi Fleifel e Long War di Asma Ghanem.

Un’opportunità unica di confronto e conoscenza per supportare la bellezza di un’arte dispersa che in questa occasione grida forte la sua potenza e la sua rivalsa.

Andrea Berardi

Screen-Final