Rosmersholm

 Il gioco della confessione.

Rosmersholm, in italiano “la casa dei Rosmer”, è un dramma in quattro atti del norvegese Henrik Ibsen, scritto nel 1886. Il pastore protestante Johannes Rosmer, educato a un severo ideale religioso, dopo la morte della moglie Beata, che si è gettata nella gora di un mulino, ha rinunciato alla sua missione sacerdotale. Egli sostiene ora il valore autonomo della vita, riconosce nella felicità terrena lo scopo dell’esistenza e ama, riamato, Rebecca West, la quale gli confesserà più tardi di aver provocato la follia e il suicidio della moglie. 

Preso dall’orrore, dubitando ormai dei propri ideali, che teme nati da sentimenti non puri, Johannes non sa però sottrarsi al fascino della donna la quale, nella certezza di aver sublimato la propria passione in un’aspirazione sacrificale, si getta nella gora del mulino insieme con l’uomo amato. 

Tipico dramma del teatro ideologico di Ibsen, Rosmersholm svolge la tesi che soltanto chi è puro è felice, e riassume la visione della vita del drammaturgo, che appare qui, più che in Brand, influenzato dalla filosofia di Kant.

Rosmersholm, il gioco della confessione”, sarà in scena al Teatro Franco Parenti, Milano, dal 23 Gennaio all’11 Febbraio 2018,  è il dramma dell’inazione, del presente svuotato, dei fantasmi che vincono sui viventi, un horror in forma di seduta psicanalitica: forse il più palpitante “copione del terrore” uscito dalla penna di Ibsen. Dopo Mephisto di Klaus Mann, prodotto dal Franco Parenti, Luca Micheletti e Federica Fracassi proseguono la loro esplorazione dell’universo ibseniano con quest’opera scritta dall’autore norvegese nell’ultima fase della sua vita. Rebekka West (futuro oggetto dello studio di Freud e di Groddeck), donna nascostamente passionale e libera pensatrice apparente, prende servizio a casa del pastore Rosmer, espressione e vittima al contempo di un ordine aristocratico chiuso in se stesso, governato da ferree leggi morali e forse addirittura soprannaturali: “i bambini a Rosmersholm non ridono mai…”.

Se nel giovane Ibsen la lotta per la ricerca di se stessi prende la forma esplicita di una cruda fantasia iniziatica e soprannaturale, un dramma della maturità come Rosmersholm inietta l’astrazione sottopelle, la confina nei sogni, anzi negli incubi di Rebekka e Rosmer: incarnazioni simboliche di due estremi opposti che finiscono per confondersi e annientarsi. 

Fu Massimo Castri a concepire questa “tragicommedia” come un dispositivo teatrale in forma di monodramma a due voci. Scegliamo di far rivivere il suo copione, rianimando il mostro bicefalo che ha immaginato ormai decenni fa, in un nuovo ring senza esclusione di colpi che è anche una camera di tortura delle parole, alla ricerca impossibile di quella verità che al teatro è negata per statuto, da sempre e per sempre.

Mariangela Cardillo

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