The Ballad of Sexual Dependency, una lotta tra intimità e autonomia

Nan Goldin e il suo scandalistico reportage di 700 immagini in sequenza filmica.

«La mia arte è un audiovisivo. Non smetterò di farla evolvere per tutto il corso della mia vita. Questo lavoro è nato nel 1979 ma Ballad continua a essere in scena». 

Affermazione di Nan Goldin, fotografa statunitense, che racconta in prima persona una storia intima, intensa e senza compromessi attraverso fotografie di scena quotidiana e di macabra ribellione. The Ballad of Sexual Dependency è la prima mostra-evento promossa dal Museo di Fotografia Contemporanea presso La Triennale a cura di François Hébel  dal 19 Settembre al 26 Novembre 2017 ( Martedì – Domenica dalle 10:30 alle 20:30. Prezzo 7€). L’installazione è costituita da una scenografia ad anfiteatro che raccoglie il pubblico e consente la visione dell’opera, un video che viene proiettato ogni ora, preceduto da una breve introduzione alla mostra. Completano l’esposizione alcuni materiali grafici e certi manifesti originali, utilizzati per le prime performance di Nan nei pub e night club newyorkesi.

La Ballad è il lavoro più celebre dell’artista, un work in progress avviato agli inizi degli anni Ottanta e poi continuamente ampliato e aggiornato; oggi riconosciuto come uno tra i capolavori della storia della fotografia. Uso del colore, arte visuale, video sperimentale con musica di sottofondo erano una vera e propria rivoluzione per l’epoca e oggi invece sono considerati normalità. Vengono montate 700 immagini in sequenza filmica per una durata di circa 45 minuti e accompagnate da una colonna sonora che spazia dal punk all’opera. Un diario visivo, autobiografico e universale, intimo e corale sulla fragilità degli esseri umani, sulla tensione continua tra individualità e il bisogno di relazione. Un susseguirsi di foto che narrano vita, sesso, droga, amicizia, abusi, famiglia, solitudine ambientate fra New York, Boston e Berlino. Lo sguardo della Goldin abbraccia ogni momento della propria quotidianità, della famiglia che si è scelta con scene carnali, party indomabili, tossicodipendenti, sieropositivi, risate, lividi, sguardi persi nel vuoto. Un tabù abbastanza comune fra i giovani di quel periodo e molto lontano dallo scenario degli adulti, non era emarginazione ma una maledetta ricerca d’amore e passione cullata poi da disperazione e speranza. Una rivendicazione contro il revisionismo e il silenzio espresso in una fotografia istintiva, incurante della bella forma che va oltre l’apparenza; non vi è alcuna espressione di volgarità ma di certo non si può contestualizzarla nella bellezza alla Botticelli o di un fondale glamorous. Tuttavia, il suo immaginario visivo conquista il mondo dell’arte e delle case di moda. E quindi cosa resterà di questi anni Ottanta? Se non la fotografia, verità che continua a cantare.

Per info: http://www.triennale.org/mostra/nan-goldin-the-ballad-of-sexual-dependency/

Federica Pesce

P_20, Trixie on the cot, New York City 1979© Nan Goldin P_192Self-portrait in kimono with Brian, NYC, 1983 © Nan Goldin P_138, Couple in bed, Chicago 1977 © Nan Goldin P_110, Twisting at my birthday party, New York City 1980 © Nan Goldin