“Dopo La Guerra”: Bonetti e la sua vita su sei corde

Dopo la Guerra… c’è Bonetti e la sua musica

Sulle sei corde di una chitarra si creano tante melodie, ma si possono nascondere anche racconti di esperienze vissute.

Mattia Bonetti è una di quelle persone che, con il suo strumento musicale, non si limita solo a suonare canzoni, ma canta la sua vita trasformandola in un messaggio universale.

“Dopo La Guerra” è il secondo disco di questo cantautore che abbiamo intervistato per scoprire qualcosa in più su di lui e sul suo ultimo lavoro discografico.

Come ti sei avvicinato al mondo della musica?

«Mi sono avvicinato in maniera molto spontanea e naturale. La mia prima canzone l’ho scritta a 7 anni: all’epoca io e un mio compagno di scuola ci eravamo inventati un duo, ci chiamavamo 994 (in pratica un numero in più di ogni cifra di 883, i nostri miti di allora). Poi, intorno ai 14 anni, sono andato a scuola di chitarra e da lì ho iniziato a dare una forma più concreta alle cose che scrivevo.»

“Dopo La Guerra” è il tuo secondo disco: un album riflessivo che racconta un anno e mezzo della tua vita e alcuni cambiamenti avvenuti in essa. Scavando nel profondo, cosa c’è alla base della sua creazione?

«Il bisogno di mettere ordine al flusso di pensieri e cambiamenti che ho vissuto in quel periodo. A parte i lavori più tecnici relativi al disco, le bozze di alcune di quelle canzoni sono venute fuori abbastanza di getto. Ho scritto tutto senza interrompere quel flusso, poi, in un secondo momento, ho lavorato per dare una forma più definita ai brani.»

Ascoltando le canzoni, le principali tematiche che emergono sono l’amore, il continuo mutare delle cose, la bellezza della vita ed i ricordi. Ti va di raccontarci delle varie tracce che compongono il tuo disco e di come lavori in genere? Parti dai testi o componi prima la musica?

«Le tracce raccontano un anno e mezzo di vita in cui ho perso il lavoro, cambiato casa e città (“Dobbiamo Tirar Fuori Qualcosa”, “Gerani”, “Eleonora”), messo fine a una relazione (“Cosa Mettono Nei Muri”, “E’ Guerra”, “Il Futuro”) e conosciuto quella che ora è la mia compagna (“R.”). Mi sono successe molte cose e per questo motivo ho cercato di fare in modo che queste canzoni partissero da un livello più intimo e personale per arrivare a uno universale. Per quel che riguarda la scrittura, in queste canzoni testo e musica sono cresciuti insieme, influenzandosi a vicenda.»

Parlaci di “Camper”, il tuo primo lavoro. Senti di essere cambiato, da un punto di vista produttivo, rispetto al tuo disco d’esordio?

«Beh, spero di essere cresciuto. “Camper” è un disco a cui sono molto legato: alcune canzoni le suono ancora ai concerti, altre no. Riascoltandolo oggi riconosco i classici limiti da primo disco, però sono fiero di quelle canzoni. “Piazza Carlina” è ancora una delle preferite dai miei fan, e “Tom Petty” continua ad essere un manifesto di quello che io intendo quando parlo del suonare come necessità intima irrinunciabile.»

Per la promozione di “Camper” hai fatto ben due tournée:  una acustica ed una con una band che suonava insieme a te. Tra le due, quale ti è piaciuta di più?

«Non saprei scegliere perché hanno rappresentato le prime tournée della mia vita, con un disco vero e un’etichetta alle spalle. Sono andato per la prima volta in città e regioni in cui non ero mai stato e ci sono andato per suonare le mie canzoni, che potevo volere di più?»

“Dopo La Guerra” è un titolo che proietta alla positività per un futuro in una società sempre più divisa ed in conflitto. Credi che in futuro potremmo finalmente dire che la guerra è finita?

«Quella di cui parlo io è una guerra personale, a tratti esistenziale. Quel tipo di guerra non finisce, anzi, non deve finire perché è giusto fare i conti con la propria vita che cambia insieme a noi. E’ una situazione inevitabile!»

Il video di “Eleonora” è stato presentato su Instagram TV, una piattaforma che ultimamente sta spopolando. A tal proposito, come ti relazioni con il mondo dei social?

«Ahi ahi ahi, tocchi un punto delicato! Diciamo che sto cercando, lentamente, di imparare a usarli in un modo che sia per me il più sincero possibile.»

Come definiresti il tuo genere musicale e cosa ispira la tua produzione?

«Grazie per questa domanda. Facendo canzoni in italiano sono stato buttato nel calderone “Indie” però non mi sento così; tempo fa cantavo “Siamo tutti indie quindi non ci son più indie”. Io mi ritengo un cantautore: non mi vergogno di dire che i miei modelli appartengono alla vecchia scuola. Ovviamente cerco di fare canzoni il più personali possibili con influenze musicali più contemporanee, ma per quel che riguarda l’attenzione ai testi mi rifaccio sicuramente ai vecchi miti.»

C’è un artista in particolare che stai ascoltando nell’ultimo periodo?

«In questi giorni sto ascoltando molto l’ultimo album degli Spiritualized, un gruppo per me importante, tant’è che il brano di apertura di “Dopo La Guerra” – “Signore E Signori Veniamo Dal Tutto Vogliamo Niente” – è un omaggio al loro disco più celebre: “Ladies And Gentleman We Are Floating In The Space”.»

Come e dove vorresti vederti tra dieci anni?

«Su un palco a suonare per presentare il mio settimo disco: sarebbe molto bello.» 

Roberta Matticola