Vestimi d’acciaio

Enrico Mazza sale sul ring della moda e distribuisce i guantoni da combattimento.

La sensazione è quella di stare dietro le quinte di un ring, dove le emozioni scalpitano a più non posso. Si viene travolti da sensazioni contrastanti, come una più che positiva adrenalina e nello stesso tempo la paura della sconfitta, la tragedia della caduta.

Un pugile, o forse una donna, o forse entrambe le cose insieme devono combattere una battaglia contro il destino, senza esclusione di colpi.

Questo il contesto in cui Enrico Mazza ha costruito questa collezione, ovvero un gruppo di capi che sembrano voler accompagnare la prescelta sul campo da combattimento, sul ring che l’aspetta alla sfida più dura di sempre.

Una combattente vestita o forse armata di classe e mascolinità, a partire da quelle camicie azzurre che le coprono le braccia, il ventre e i seni. Una tuta da lavoro, estrapolata dal settore meccanico o siderurgico, dove il corpo è interamente coperto, lasciando solo spazio ad un microscopico pezzo di lattice volto a coprire pochi centimetri di pelle, naturale richiamo a Thierry Mugler.

Il trucco è pallido e quasi inesistente; i capelli sono prepotentemente tirati indietro e uniti da trecce: la donna, avvolti piedi e mani in fasce scure, è pronta a salire sul ring.

Chiusa in un vestaglione nero che denota le trasparenze, indossa calzettoni in spugna quasi all’altezza del ginocchio, guantini in lattice ed un cinturone che le stringe la vita, metafora di un’esistenza destinata al continuo combattimento nonché ricordo di una sfida a colpi di stile che poco tempo fa ha mediaticamente coinvolto Philipp Plein e Alexander Wang.

Le borchie brutalmente incise sui pantaloni accompagnano i famigerati guantoni da boxe, mentre le canotte oversize sembrano aprire le porte ad una luce che invade il ring. Iniziano a comparire decori e incisioni sulla stoffa, gonne corte, camicette e giacche dal tono caldo e sicuro. È la celebrazione dello chiffon, della pelle e del satin che, attraverso il colore oro, invadono il campo di battaglia, eco a quell’Anthony Vaccarello che rende sempre più grande Saint Laurent.

Suona la campanella, ci troviamo tutti d’improvviso a terra. Il sudore zampilla, gli occhi sgranati ed un senso di smarrimento ci travolge.

La partita è finita, senza aver decretato vinti o vincitori. Un arbitro con un completo azzurro pastello e delle scarpette bianche decreta la fine del match.

Alza il cartello sul quale non vi è alcuna scritta se non un cuore scarabocchiato, violentemente accennato e sporco di fatica.

Combattimento chiuso. Le donne abbandonano il ring, consapevoli del fatto che per loro non è tempo di andarsene. C’è ancora tempo per morire. I titoli di coda e il silenzio. E l’ossimoro finale, forse quello della vita: ‘Love actually is all around’.

Luca Pietro Chiesa