Vuoi fare indie o pop?

 

La perfezione dello stare nel mezzo

«L’album è stato fatto e disfatto più volte fino ad ottenere questa forma.» È così che Serena Abrami, artista marchigiana, parla del suo ultimo lavoro uscito dopo 5 anni di assenza dal mondo della musica. “Di imperfezione”, questo il titolo del suo secondo disco, è uscito lo scorso dicembre per Nufabric.

Nell’intervistarla, abbiamo rotto il ghiaccio chiedendole subito cos’è accaduto in questo periodo di (apparente) silenzio.

«Diversi cambiamenti personali e professionali. L’album è stato fatto e disfatto più volte fino ad ottenere questa forma. Nel frattempo è nato un nuovo progetto musicale di matrice anglofona “Bankey Moon” di cui faccio parte insieme ad Enrico Vitali e Cristiano Gradozzi. Ci sono stati spettacoli teatrali come “Creature Simili – il dark a Milano negli anni ottanta”, nato dal libro omonimo, “La notte di San Giovanni”, sulla resistenza nelle Marche, la mia terra e “Una passione slava” con la scrittrice Lucia Tancredi sulla vita di Giulia Schucht, moglie di Antonio Gramsci».

Che rapporto hai con il mondo del teatro? 

«Mi ci affaccio in punta di piedi e con molto rispetto. L’odore del legno e il vissuto che ogni è parte del teatro trasuda mi affascinano fin da piccola».

I tuoi compagni di viaggio, Enrico Vitali, Mauro Rosati e Marcello Piccinini, hanno avuto diverse esperienze musicali, quanto questo ha influito sull’album?

«La diversità è ricchezza. Nella composizione dei brani, i nostri diversi imprinting musicali hanno creato nuove sinergie e mondi sonori a cui da sola non sarei arrivata».

Ascoltando l’album l’imperfezione sembra essere un valore positivo. Cos’è per te?

«Esatto. L’imperfezione è vastità, umanità. Discografici ed addetti ai lavori da anni mi dicono: “Serena vuoi fare indie o vuoi fare pop? La tua musica è una via di mezzo, scegli!”. Questo mio “essere in mezzo” è sempre stato visto come imperfetto in Italia. Ad una domanda per me tanto assurda, ho iniziato a rispondere: “Io sono quella roba in mezzo”. La propria verità musicale è l’unica via da perseguire, la mia ricchezza è quello che per discografici ed addetti ai lavori è qualcosa a metà strada, qualcosa di imperfetto».  

Il disco è stato registrato tra Fermo e Londra, come mai avete deciso di metterci anche un pezzo di Inghilterra? 

«Abbiamo avuto il piacere di lavorare con Steve Lyon, fonico di gruppi come Cure e Depeche Mode e produttore artistico. Ci ha invitato a lavorare nel suo studio, il Panic Button… non potevamo rifiutare! Da ragazzina mi sono ripromessa di avere un  motivo musicalo per il primo viaggio a Londra e sono stata accontentata».

Hai collaborato con diversi artisti italiani, anche della scena indipendente, pensi che ci sia qualcosa che freni il cantautorato italiano?

«Penso che l’unica cosa che freni la musica in Italia siano le distinzione di generi».

Per chiudere con una domanda leggera… si dice che quando una donna cambia look, cambi anche qualcosa dentro di lei. Il tuo taglio di capelli ci sta dicendo qualcosa?

«Si, hai ragione. Una sorta di taglio all’ingranaggio discografico che ho vissuto in passato. Chi mi conosce, però, sa che non è la prima volta che mi raso!».

Nel frattempo i capelli sono cresciuti, del taglio netto con il passato restano il suo disco e tante occasioni per vederla live.

Giulia Giordano