L’estetica del frammento e il peso dell’ombra

by Micaela Morganelli

Conversazione con Manuele Velo.

Dall’equilibrio geometrico della grafica d’arte alla destrutturazione emotiva in Mare Fuori 5. Viaggio nell’universo visivo e psicologico di un attore che rifugge l’algoritmo del trend.

Esiste un istante preciso in cui l’immagine cessa di essere pura superficie e si fa ferita, memoria, architettura interiore. Per Manuele Velo, quell’istante coincide con la sottile linea di demarcazione che separa l’esattezza geometrica del suo passato da grafico e designer dalla voluta, dolorosa imperfezione della recitazione. Entrato nell’universo espanso di Mare Fuori a partire dalla quinta stagione, Velo non ha ereditato soltanto un ruolo, ma ha ridefinito la gravità emotiva del suo Tommaso attraverso una stratificazione silenziosa, fatta di esitazioni, sguardi obliqui e sottrazioni. In un panorama mediale saturo di narrazioni istantanee, il suo approccio si colloca in una dimensione d’avanguardia, dove la moda è un atto di sfacciata resistenza identitaria e il set diventa un laboratorio di catarsi viscerale. Lo abbiamo incontrato per esplorare le luci, le ombre e le risonanze artistiche che alimentano il suo quotidiano.

Mare Fuori si è confermato un fenomeno culturale che travalica lo schermo. Come si metabolizza, umanamente e professionalmente, l’impatto di un successo così totalizzante? 

Sfortunatamente e fortunatamente, il Mare Fuori che ho vissuto io non è stato quello degli inizi. Noi ragazzi entrati dalla quinta stagione in poi non abbiamo vissuto la stessa ondata che hanno vissuto i colleghi delle prime stagioni. Non si può negare che l’hype, così come i numeri e parte dei consensi, sia cambiato. Ed è proprio per questo che il peso della responsabilità nel custodire un progetto che ci è stato lasciato in dono da chi è venuto prima di noi diventa ancora più grande. Nonostante questo, quando la serie esce capisci davvero quanto sia entrata nella vita delle persone. Vedere chi si riconosce nei personaggi, chi ti ferma per strada per raccontarti la propria storia, ti fa capire che non stai facendo soltanto intrattenimento. Professionalmente ti dà una motivazione enorme a dare sempre il massimo, cercando di mantenere uno standard e di essere all’altezza delle aspettative anche nelle stagioni che verranno.

Il tuo personaggio si muove in un ecosistema di luci e ombre molto nette. Qual è stata la sfida più grande nel restituirgli verità senza rischiare di scivolare in un cliché? 

La sfida più grande è stata ricordarmi continuamente che Tommaso non è definito dai suoi errori. È un ragazzo pieno di contraddizioni: viene da una realtà privilegiata, ma porta dentro ferite profonde e un senso di colpa che lo accompagna da sempre. Ho cercato di non giudicarlo mai. Quando interpreti un personaggio così devi capire perché compie certe scelte, non limitarti a mostrarle. E credo che questo sia il più grande insegnamento che questo mestiere possa dare: cercare sempre il perché dietro alle azioni delle persone, anche quando sembrano incomprensibili. Penso che la verità di un personaggio nasca proprio lì: nelle fragilità, nei silenzi, nelle esitazioni, molto più che nei gesti in sé.

C’è un dettaglio psicologico o un’emozione del tuo personaggio che hai fatto fatica a “lasciare sul set” a fine giornata? 

Sicuramente quel tormento, quel dolore profondo che si porta dentro. Nella quinta stagione Tommaso vive costantemente con questo peso, ed è qualcosa che influenza ogni sua scelta. Nei momenti più intensi mi capitava di tornare a casa con quelle emozioni ancora addosso. Spessissimo non riuscivo a smettere di piangere anche dopo lo “stop”, oppure, al contrario, iniziavo a piangere ancora prima del ciak, perché facevo fatica a trattenere tutto quello che avevo accumulato per la scena. Sono momenti che richiedono un coinvolgimento emotivo enorme. Col tempo ho imparato a separare di più Manuele da Tommaso, ma credo sia normale che qualcosa resti. Se non ti porti via almeno un pezzetto delle emozioni che vivi sul set, probabilmente non le hai vissute davvero fino in fondo.

L’immagine oggi ha un peso narrativo potentissimo. Che rapporto hai con la moda e come utilizzi il tuo stile personale per raccontare chi sei quando non indossi i panni di un personaggio? 

Ho un bel rapporto con la moda. Prima di fare l’attore ho fatto il grafico per tanti anni e la parte creativa mi ha sempre affascinato. Non nego che un giorno mi piacerebbe creare qualcosa di mio. La moda mi piace e la seguo, ma non mi interessa inseguire i trend del momento. Anzi, spesso mi viene naturale fare l’opposto. Quello che vedrai addosso a tutti, probabilmente non lo troverai su di me. Non per dimostrare qualcosa, ma semplicemente perché mi piace sentirmi diverso. Sarò sincero: mi vesto come mi pare. Se una cosa mi piace, la indosso. Non penso troppo a quello che devo comunicazione agli altri; mi interessa soprattutto stare bene con quello che porto.

Spesso i costumi di scena sono la seconda pelle di un attore. Quanto ha influito l’estetica e il guardaroba del tuo ruolo sulla tua interpretazione emotiva? 

Per Tommaso l’oggetto più importante è sicuramente la collanina. Sapere che apparteneva al fratellino che ha perso le dà un peso emotivo incredibile. Non era un semplice oggetto di scena: ogni volta che la prendevo in mano mi aiutava immediatamente a entrare nel suo mondo e nel suo dolore. Anche per me, come attore, è stata un’ancora fondamentale durante l’interpretazione.

Se dovessi definire la tua identità visiva attuale in tre parole, quali sceglieresti e perché? 

Autentica, personale e sfacciata.

La serialità e il cinema italiano stanno vivendo una fase di grande coraggio espressivo. C’è un genere, un autore o un filone estetico (magari più d’avanguardia o indipendente) che consideri il tuo prossimo “Santo Graal”? 

Mi affascina tantissimo il cinema che riesce a essere intimo senza bisogno di spiegare tutto, quello che lascia spazio ai silenzi e agli sguardi. Sono molto attratto dal cinema d’autore, ma anche da quei progetti indipendenti che magari hanno meno mezzi, però tantissima anima. Non ho un “Santo Graal” preciso, perché cerco di non chiudermi a un solo genere. Più che il genere, mi interessa il modo in cui una storia viene raccontata. Mi piacerebbe lavorare con registi che abbiano una visione forte e riconoscibile, che abbiano il coraggio di rischiare e di chiedere tanto agli attori. Credo che i personaggi più belli siano quelli che ti mettono in crisi, che ti costringono a scavare dentro di te. È quel tipo di sfida che oggi cerco più di ogni altra cosa.

Al di là della recitazione, da dove trai la tua ispirazione creativa quotidiana? Ci sono forme d’arte come la fotografia, il design o la musica che nutrono il tuo lavoro? 

Direi tutte quelle che hai citato! Ho fatto il grafico per tanti anni, ma anche il fotografo e il videomaker. Diciamo che, fin da piccolo, mi è sempre piaciuto avere le mani in pasta e sperimentare. La musica è la forma d’arte che mi accompagna di più nel quotidiano da tutta la vita, sotto ogni aspetto, ne faccio strumento anche per aiutarmi nel mio lavoro. Negli ultimi tempi ancor di più. E per il momento non aggiungo altro…

Qual è il ricordo più vivido che hai dell’ultimo giorno di riprese? 

Ricordo benissimo il mio ultimo giorno di riprese della quinta stagione di Mare Fuori. Appena chiusero la mia ultima scena e partirono gli applausi della troupe, scoppiai in un pianto liberatorio che non riuscivo proprio a trattenere. In quel momento Ludovico Di Martino, che saluto sempre con enorme affetto, mi abbracciò fortissimo. È uno di quei ricordi che porterò con me per tutta la vita.

Quale brano sta girando in loop nelle tue cuffie in questo periodo? 

Ultimamente direi Booster di Tananai. Ma c’è soprattutto un album che sto consumando: SINCERO di Rares. L’ho scoperto un paio di settimane fa grazie a un amico e, da allora, non faccio altro che ascoltarlo in loop. Per me è davvero una piccola perla.

Qual è stata la reazione di un fan, o l’osservazione di un collega, che ti ha colpito di più? 

Mi è capitato che una ragazza si mettesse a piangere appena mi ha visto. Mi ha abbracciato fortissimo, le tremava la voce mentre cercava di parlarmi. Devo ammettere che è stato uno dei momenti più emozionanti che abbia vissuto da quando faccio questo lavoro. Ho fatto davvero tanta fatica a trattenere le lacrime anch’io.

Nel frammentato mosaico dell’industria dello spettacolo contemporanea, Manuele Velo si muove con la consapevolezza di chi sa che la sottrazione è, in realtà, la massima forma di espressione. Il suo Tommaso non cerca la redenzione immediata o la spettacolarizzazione del dolore, ma abita lo spazio vuoto tra una battuta e l’altra, offrendo allo spettatore una verità cruda, mai filtrata. Attraverso un’identità visiva che rifiuta categoricamente l’omologazione dei trend e un background artistico intrinsecamente multidisciplinare, Velo si posiziona non come un semplice interprete di successo, ma come un autentico ricercatore visivo. In attesa di scoprire dove lo condurranno le sue prossime sperimentazioni sonore e cinematografiche, resta l’impronta di un talento che non ha paura di mettersi in crisi per continuare a generare arte: pura, autentica e sfacciata.